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14 Ott 2019

Fortnite crea davvero dipendenza? Due famiglie fanno causa ad Epic Games

Torniamo a parlare di videogiochi e dipendenza per raccontarvi di una notizia che arriva dal Canada, e che ha subito fatto il giro del mondo: qualcuno ha fatto causa a Fortnite. O meglio ad Epic Games, la software house che ha creato uno dei fenomeni videoludici più impattanti nella storia dell’industria, ma anche uno dei più controversi.

Che il Gaming Disorder sia un problema serio è fuor di dubbio, come dimostra il fatto che la dipendenza da videogiochi è stata riconosciuta come vera e propria malattia dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, ma da qui ad avviare una caccia alle streghe digitali, francamente ce ne passa.

I fatti, prima di tutto.

Fortnite nel mirino

Ci sono due ragazzini canadesi, rispettivamente di 10 e 15 anni, che non riescono proprio a staccarsi da Fortnite. Le famiglie, disperate, arrivano ad avviare una class action in cui si afferma come Epic Games abbia deliberatamente fatto il lavaggio del cervello ai loro figli, arrivando ad assumere psicologi per “scavare nella psiche umana”, come riporta il Sunday Times.

Nella causa, portata avanti dalla Calex Legal di Montreal, si sostiene come la Epic Games abbia cercato – e a quanto pare trovato – modi affinché Fortnite innescasse i neurotrasmettitori che rilasciano la dopamina, scatenando un effetto simile a quello della – tenetevi forte – cocaina.

“Hanno messo sul mercato un prodotto pericoloso, senza le dovute cautele, mirato ai più vulnerabili cervelli giovani”, ha dichiarato Alessandra Esposito Chartrand, l’avvocato della Calex Legal che segue la causa.

Sempre secondo la Chartrand, da quando la causa a Fortnite è diventata di dominio pubblico, oltre 300 persone hanno contattato lo studio legale per unirsi alla class action.

La causa richiama un caso del 2015, che suscitò molto clamore in Canada, quando le aziende del settore del tabacco furono dichiarate colpevoli per non aver spiegato con efficacia i rischi dei propri prodotti. Le famiglie dei due ragazzi di cui sopra hanno affermato che se avessero conosciuto il potenziale assuefante di Fortnite, avrebbero impedito ai loro figli di giocare.

Parla Celia Hodent, la psicologa di Fortnite

Ma allora, Fortnite crea davvero dipendenza? Può davvero essere messo sullo stesso livello di una droga? Lungi da noi voler dare una risposta definitiva a un dibattito che, nel mondo dei videogiochi, va avanti ormai da anni e non ha ancora trovato una conclusione inappellabile.

Quello che possiamo fare, però, è riprendere le parole di Celia Hodent, psicologa cognitiva che dal 2013 al 2017 ha fatto parte del team di sviluppo di Epic Games. Esperta di User experience nei videogiochi, la Hodent ha contribuito a modellare Fortnite così come lo conosciamo oggi.

“Rispetto agli adulti, i più giovani hanno un cervello ancora in fase di sviluppo e un autocontrollo molto più limitato”, spiegava la Hodent in una recente intervista a Donna Moderna, che potete leggere qui in versione integrale. Se lasciati liberi, tendono a esagerare in tutto, anche quando mangiano le caramelle. Per questo rischiano di spendere troppi soldi con le loot boxes o di passare tutto il pomeriggio davanti allo schermo”.

Il fondamentale ruolo del genitore

Diventa dunque cruciale l’intervento del genitore, che non deve travestirsi da poliziotto, ma “stabilire delle regole, essere presenti: orari precisi e divieto di utilizzo della carta di credito”. La parola chiave in questo caso è condivisione, non imposizione delle regole. E soprattutto conoscenza dell’argomento.

“Spesso si sottovaluta l’aspetto sociale dei videogame, che sono sempre più una piattaforma di aggregazione. I ragazzi non giocano da soli, ma collegati con gli amici. Dire ‘un’ora e poi spegni’ non ha senso se gli altri continuano: è come portare via un bimbo da una festa quando i compagni sono ancora lì a divertirsi. I genitori devono parlarsi tra loro per trovare una regola condivisa: per esempio, si gioca il sabato dalle 3 alle 4”, suggeriva la psicologa.

Una delle domande che più spesso un genitore si pone è: oltre quale limite temporale videogiocare (a Fortnite, come a qualsiasi altro titolo) può diventare pericoloso?

“Per gli esperti, fino ai 5 anni il tempo davanti a uno schermo non deve superare i 60 minuti al giorno. Dopo è più difficile stabilirlo”, affermava la Hodent. Io dico che bisogna proibire i titoli dai contenuti violenti, ma anche scegliere quelli che all’azione abbinino la creatività. E spingere i piccoli verso stimoli differenti: benissimo i videogame, ma anche il nascondino, il tennis o i giochi in scatola”.

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